Lavorare Felici in Banca Si Può!

14 Aprile 2018 apro Facebook e mi trovo di fronte a questo collage. Che sia un segnale?

Nella sezione foto, Facebook , propone a caso una selezione di tre o quattro immagini dal database del tuo profilo e oggi, meraviglia delle meraviglie, mi propone proprio queste tre. Mah?! Sarà un segno?

La cosa curiosa è che questa coincidenza accade proprio mentre stiamo lanciando il nuovo progetto su come lavorare felici in banca. Sembra che l’algoritmo sia stato guidato da qualcuno di più potente lassù per darci un segnale. Incredibile come FB abbia potuto creare questa curiosa composizione. Se è vero che nulla accade per caso, sembra che questa volta il messaggio sia forte e chiaro.

Per molti di noi “Lavorare Felici” sembrano due parole contraddittorie, un ossimoro, un paradosso, eppure qualcuno ci riesce e anche molto bene. Quindi partiamo dall’assunto che è possibile lavorare felici.

Che cosa fare per lavorare felici?

Certo, ti starai dicendo: “facile essere felici quando hai un lavoro che ti piace o quando guadagni un sacco di soldi, ma prova tu ad essere felice quando non è così!”.

Effettivamente è più difficile ed è per questo che è molto importante aiutare le persone a trovare un po’ di benessere anche quando le condizioni non sono ideali. Io sono stato fortunato, sono riuscito dopo una decina di anni di grande sofferenza a fare un lavoro che veramente mi fa stare bene. E se ce l’ho fatta io che ho iniziato da “emettitore specializzato di assegni circolari”, ce la può fare chiunque.

Sono figlio di persone semplici che sono partite negli anni ’50 da un paesino in provincia di Lecce per andare a lavorare come operai al nord. Con grandi sacrifici mi hanno dato una vita piena di amore, con solidi valori e, nonostante le difficoltà, ricca di opportunità. Da loro ho imparato cosa significa la felicità delle piccole cose, che non si possono comprare con i soldi. Questa è la ricchezza più grande che mi è stata donata. Li osservo oggi nella loro quarta giovinezza di ottantenni e mi sovviene la loro profonda cultura della vita che ha fatto loro imparare la ricetta magica: avere aspettative equilibrate, impegno granitico, orgoglio di voler migliorare e una umiltà disarmante nel mettersi in gioco tante e tante volte.

Queste qualità mi hanno fatto capire, attraverso l’esempio, come si fa a lavorare felici. I miei genitori tornavano a casa stanchi morti ma si vedeva che erano soddisfatti; il loro segreto più grande lo sto capendo ora che ho quasi cinquant’anni: esercitavano quotidianamente la gratitudine e il rispetto. Gratitutine per tutto ciò che di buono la vita gli dà e rispetto riservato a tutti: innanzitutto il rispetto per se stessi e poi quello per gli altri, compresi i loro capi e colleghi.

Quindi abbiamo già i primi cinque ingredienti della ricetta per lavorare felici:

  1. Aspettative adeguate e raggiungibili
  2. Determinazione a migliorarsi (oggi hanno più di 80 anni ma non mollano mai neanche di un millimetro)
  3. Orgoglio sano, che è stato il carburante della crescita personale
  4. Umiltà, utile freno all’orgoglio per non lasciarlo sfociare in superbia
  5. Profondo rispetto di sé e degli altri per relazioni di qualità

Come al solito è facile lavorare felici se sai come farlo, ma se ancora non hai trovato la via continui a girare in torno e a sentirti frustrato, ti lasci trascinare dagli eventi e rischi di passare tutta la vita in attesa che qualcosa di buono possa accadere; ma vivere di speranza non porta a grandi risultati. Anche per vincere alla lotteria devi agire, devi almeno procurarti il biglietto e, anche nel caso in cui te lo regalino devi almeno controllare se hai vinto e attrezzarti per incassare la vincita. AZIONE!

Ma allora, lavoro e felicità possono andare d’accordo?

Sicuramente si, anzi quando si studia chi sono le persone più felici al lavoro, si trovano persone che hanno capito quale era la loro missione in questo mondo, la loro utilità per la collettività o anche solo per se stessi. E allora la felicità al lavoro viene influenzata pesantemente dalla propria percezione.

Ipotizziamo di essere un impiegato che emette assegni circolari tutto il giorno come è capitato a me per sei lunghissimi mesi; un conto è compilare assegni circolari, un’altra cosa è preparare gli stipendi per tante famiglie che non vedono l’ora di ricevere il frutto del loro lavoro per stare tranquilli. Per un muratore: un conto è impilare mattoni intervallati da uno strato di malta, altra conto è costruire templi per glorificare Dio. Entrambe le visioni sono plausibili, ma nel secondo caso il senso di ciò che si fa è l’elemento portante affinché lavorare renda felici e ci si aiuti a trasformare lo sforzo in forza. È la famosa MOTIVAZIONE!

L’ordine delle parole è fondamentale! Essere felice di lavorare non è come lavorare ed essere felice, ne tantomeno significa lavorare con felicità. Allora la nostra missione è quella più ardua, cioè di trasformare le ore destinate al lavoro in qualcosa che generi gioia, almeno qualche volta.

Per fortuna la rivoluzione tecnologica in atto sta fornendo grandi spunti per riformulare l’organizzazione delle aziende con quello che oggi viene chiamato smartwork, ma sarà sufficiente la riorganizzazione per capire come farsi piacere il proprio lavoro? Lo smartwork significa automaticamente benessere sul lavoro o piuttosto procura un benessere solo nella sfera della vita privata?

I fattori di stress principali raccolti in una indagine che ho svolto sulla popolazione di quasi mille persone che lavorano in banca indicano che non sono la situazione del mercato o le difficoltà organizzative, bensì le relazioni frustranti con capi colleghi e clienti. A onor del vero le dichiarazioni spontanee di quasi tutti gli intervistati indicano le pressioni commerciali al primo posto della classifica, ma analizzando il dato in profondità assieme ai colleghi si capisce che sono le relazioni con i capi l’origine del problema.

Facciamo una piccola digressione su quest’ultimo punto. La quasi totalità del campione indicato soffre il budget, ma non dal punto di vista quantitativo. Ciò che chi sta in trincea soffre di più sono tre aspetti:

  1. la violenza verbale, la miopia e l’incapacità dei capi di comunicare se non usando ansia, paura e fretta come strumenti di persuasione; cioè il famoso bastone. E si sa, queste emozioni sono efficaci per periodi brevi di tempo, se usate a lungo causano un eccesso di cortisolo e performance a bassa efficienza energetica (alto consumo di risorse per produrre risultati normali). La pressione commerciale così agìta causa delle ripercussioni legali e reputazionali sul medio periodo. D’altro canto se i manager non acquisiscono un nuovo modo di gestire le persone del team di vendita, sarà difficile che si inverta la tendenza. Alla fine delle mie aule infatti la domanda più frequente è : “ma voi queste cose perché non le insegnate per primo ai capi?”
  2. la mancanza di una ricompensa per l’impegno. La frase più ricorrente per riconoscere il buon lavoro è ancora: “ringrazia che hai ancora un posto di lavoro!” Che potrebbe essere più tollerata se venisse detta dal proprietario dell’azienda, ma quando viene proferita da un collega diventa un boomerang devastante per il clima di lavoro.
  3. la difficoltà a comunicare con clienti che si conoscono poco, cioè diversi dal solito 30% con il quale i consulenti si interfacciano regolarmente. È vero che i portafogli clienti delle banche, su alcuni segmenti, hanno ancora molti margini di sviluppo consulenziale, ma se si riescono ad intrattenere relazioni solo con quelle persone più simili caratterialmente a se, la stragrande maggioranza dei clienti si sentirà abbandonata e non genererà valore per nessuno, cliente compreso. Ancora una volta il segreto sta nella capacità di fare un salto logico verso l’evoluzione della capacità di entrare in sintonia con un maggior numero di tipologie caratteriali, attraverso un modo nuovo che sfrutti le conoscenze della psicologia comportamentale. Altrimenti il giacimento rimarrà intonso.

In tutti i casi è un problema di relazione e quindi di comunicazione, o forse meglio dire di persuasione. Le vecchie tecniche di vendita non bastano più, le conoscenze sulla comunicazione efficace sono datate. È stato necessario allora condurre una profonda ricerca per evolvere quei modelli e arrivare ad un Me.To.Do. EmoC® basato sulle ultime scoperte delle neuroscienze per sfruttare eticamente il potere nascosto nelle emozioni e imparare ad usarle con consapevolezza nella comunicazione in funzione delle diverse tipologie di personalità.

La notizia interessante è che esiste il modo per ritornare ad avere amore per il proprio lavoro agendo soprattutto sulle abilità che generano maggiore qualità nelle relazioni.

I soldi non fanno la felicità, ma possono fare la differenza.

Allora la risposta alla domanda: Come lavorare felici? E la stessa di quella che hanno trovato ad Harward ricercando le origini della longevità e della felicità appunto.

La ricerca, che dura da più di 80 anni su un campione di oltre settecento persone, ha scoperto che il segreto per una vita felice e longeva non sono né i soldi né successo bensì relazioni di buona qualità. Benvenuti americani!

E allora ci si può ricollegare all’immagine iniziale. Sono i valori dell’uomo e della convivenza civile che conducono al benessere anche sul lavoro. La scienza ha capito oggi ciò che molte religioni, filosofie e giurisprudenze europee ed orientali hanno capito già da millenni.

Rispetto, amore, compassione, misericordia, gratitudine, gioia, fiducia, sono le emozioni più importanti da riscoprire e sulle quali fondare anche le aziende.

Invece sono da bandire l’inganno, la vergogna, la shadenfreude, la disistima, l’intolleranza.

L’uomo è un animale sociale che vive meglio se si organizza in comunità, anziché in gruppi di singoli individui; la comunità è molto di più di un gruppo.

Relazioni migliori, bancari felici!

Antonio Meleleo

FinHuman & FinTech


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